Anche se il paesaggio intorno è molto mutato da quando la villa dominava vigne e orti degradanti fino al paese di Lacco Ameno e al mare, le sue architetture e i suoi giardini restano importanti testimoni del grandioso impianto settecentesco. Le terrazze, dalle quali si possono ammirare i colli dell’isola, Ponza e Procida, Capo Miseno e ancora oltre il Vesuvio, diventano un metaforico belvedere su tutta la storia d’Ischia: dai tempi antichissimi delle eruzioni vulcaniche a quelli della colonia greca di Pithecusae, dalle secolari atmosfere agricole ai colti e illustri viaggiatori del Grand Tour. Fino all’epoca d’oro del jet set italiano e internazionale, che proprio dalle sale di questa villa Angelo Rizzoli contribuì a richiamare.
La fertile collina alle spalle di Lacco, risultato di una colata lavica avvenuta circa diecimila anni fa, è stata abitata fin dal Neolitico, come testimonia un sepolcro ritrovato nei giardini della villa. Furono gli alberi di corbezzolo, che già Virgilio nelle Georgiche chiamava arbutus, a farla conoscere da sempre come “collina dell’arbusto” (da cui poi il nome della proprietà), ricca di vigne e palmenti e possedimento sin dall’Alto Medioevo del convento di Santa Maria sul Monte Cementara. Le prime notizie di una masseria concessa in enfiteusi dai monaci alla famiglia Monti risalgono al Seicento, ma nel 1785 fu acquistata dal Duca di Atri, Carlo Acquaviva, e trasformata in una residenza nobiliare che dominava il paese e a cui si accedeva attraverso una scenografica rampa. La ritrae una tavola all’acquatinta eseguita da Cooper Willyams, reverendo al seguito dell’ammiraglio Nelson, e contenuta nel libro A Voyage up the Mediterranean: il giardino a terrazze connetteva la villa padronale con la cappella privata della Madonna delle Grazie, con un ulteriore edificio ad oriente per accogliere i tanti ospiti di riguardo (detta poi Villa Gingerò) e con una “stufa” accomodata perché il Duca potesse beneficiare dei vapori di una fumarola. Rinomato per i mandorli, i peschi e altri fruttiferi allevati a spalliera il giardino di delizie si componeva di un cortile con panche maiolicate, di un agrumeto sul retro della villa ripartito da siepi di mirto e cinto da una solenne quinta architettonica con al centro una fontana (alimentata dalla grande cisterna a monte, il piscinale) e soprattutto di un belvedere ombreggiato da lunghe pergole di vite sorrette da colonne bianche coronate da “carusielli” (i tipici pinnacoli smaltati). L’estinzione del casato nel 1805, la trasformazione in una pensione di lusso da parte dei Biondi (che vi ospitarono Bakunin) e poi dei Ciannelli- Nesbit e il frazionamento in due unità nell’imminenza della Grande Guerra non intaccarono la struttura del giardino, che risulta straordinariamente preservata. L’editore e produttore cinematografico Angelo Rizzoli, riunita la proprietà nel 1952 e incaricato l’architetto Ignazio Gardella di rivederne gli interni, mantenne invece facciate e giardini il più possibile fedeli all’originale. Attraverso il giardiniere caprese Alberto Cosentino ne arricchì però la botanica secondo un gusto eclettico ed esotico poco affine alle tradizionali atmosfere mediterranee del posto, ma capace di felici risultati grazie allo speciale microclima, tanto che la ricercata componente arborea ed arbustiva introdotta allora caratterizza ancora oggi il giardino, dal 1980 di proprietà del Comune e aperto al pubblico.