Il giardino di Villa Necchi Campiglio si svela pieno di fascino nel centro di Milano: il suo aspetto ricercato ma sobrio si accorda alla perfezione con l’architettura razionalista di Piero Portaluppi e lo connota come un esempio tra i meglio conservati di giardino degli anni Trenta del secolo scorso. Allo stesso tempo l’utilizzo di piante ornamentali per foglia più che per fiore e di specie tappezzanti all’ombra degli alberi lo avvicinano alle istanze più contemporanee e la responsabile gestione del FAI- dal riutilizzo dell’acqua di prima falda al decompattamento del terreno intorno alle radici- ne fanno un esempio virtuoso di giardino cittadino sostenibile.
A fine Ottocento, contemporaneamente alla demolizione delle mura spagnole, il primo piano regolatore della città previde la realizzazione di una via pubblica lungo il confine che divideva i parchi di due storici palazzi nobiliari, Palazzo Serbelloni su Corso Venezia e Palazzo Cicogna su Corso Monforte: nei decenni successivi le porzioni di parco affacciate sulla nuova Via Mozart vennero lottizzate e acquistate dall’alta borghesia imprenditoriale che vi costruì palazzine in stile déco e razionalista. Desiderosi di affermarsi nella società milanese le sorelle Gigina e Nedda Necchi, ricche proprietarie di fonderie di ghisa (loro fratello Vittorio fondò la celebre fabbrica di macchine da cucire), e il marito di Gigina Angelo Campiglio decisero di trasferirsi qui da Pavia e affidarono il progetto all’architetto più conosciuto nella Milano dei tempi e autore di altre residenze nella stessa via, Piero Portaluppi. Nonostante la posizione centrale la casa, edificata nel 1932-35, fu pensata come una lussuosa villa suburbana immersa in un giardino chiuso da un alto muro rivestito di ceppo che ne garantiva la riservatezza: non solo godeva delle chiome del confinante parco di Palazzo Cicogna, ma ne conservò alcuni alberi antichi, come il platano accanto alla portineria fortemente colpito dall’uragano del 2023. Tra la via e la casa Portaluppi, che studiò il complesso fin nei minimi dettagli e dunque anche il suo giardino, ambientò uno scenario romantico a prato ed alberi (tassi, Magnolia grandiflora, faggi, tigli, carpini) attraversato dal viale d’accesso. Le atmosfere sono rimaste quelle di allora: fronde ombrose e viste filtrate, radure d’erba vellutata, sinuosi “tappeti” di sempreverdi come Convallaria japonica, edera o pachisandra, gruppi di acanti, felci e Hydrangea quercifolia. In prossimità della villa la piscina (la prima privata costruita a Milano, riscaldata) e il campo da tennis (oggi coperto da una struttura a vetri) dominano il giardino, testimoniando l’attenzione dell’epoca per l’esercizio sportivo e la particolare ricerca di comfort all’avanguardia. Il candido nitore della ghiaia e delle pavimentazioni intorno alla piscina contrasta con le colorate fioriture stagionali nelle aiuole che la circondano, bordate di bosso e in parte piantate con aceri giapponesi; un lungo ed essenziale pergolato con colonne lapidee e ricoperto di glicine fa da fondale. Dagli anni Quaranta- Cinquanta viene chiesto all’architetto Tomaso Buzzi di ripensare gli interni della villa, superando il rigore di Portaluppi e adattandoli ad uno stile più classico: a lui si deve anche la scenografica quinta con timpano, nicchie e aperture ad arco che separa piscina e tennis. In seguito alla donazione di Giorgina Necchi nel 2001 il bene appartiene al FAI, che ha restaurato il giardino con i consigli del paesaggista Paolo Pejrone e ripristinato l’originario orto fiorito lungo quello che era ai tempi l’ingresso di servizio.