Scenograficamente arroccato sulla cima del Monte Erice, con una vista che spazia da Trapani, le sue Saline e le isole Egadi a occidente fino al Monte Cofano e al promontorio di San Vito lo Capo a oriente, è un parco pubblico ottocentesco che non soltanto ha favorito la conservazione di un sito dalla storia antichissima, ma che mette in risalto le potenzialità giardiniere di alcune specie spontanee nelle rupi circostanti.

Furono gli Elimi a fondare nel V secolo a. C. un santuario sulla sommità del monte, dedicandolo a una divinità che secondo alcuni corrispondeva a una Grande Madre, secondo altri all’Astarte fenicia o all’Afrodite greca. Il culto continuò durante l’epicrazia cartaginese e poi con i Romani, che fortificarono il tempio e vi adorarono Venere Ericina. Sui suoi resti i Normanni costruirono un castello verso la fine del Mille, detto di Venere, unito tramite ponte levatoio (oggi sostituito con una maestosa gradinata) alle torri dove il baiulo amministrava la giustizia e il fisco, chiamate del Balio. Danneggiato durante i Vespri Siciliani, il complesso fu ristrutturato dagli Aragonesi e poi ancora utilizzato dagli Asburgo di Spagna fino al XVII secolo, quando cadde gradualmente in rovina e fu abitato solo più dalle greggi al pascolo. Con le riforme borboniche ottocentesche divenne proprietà comunale e nel 1872 il conte Agostino Sieri Pepoli, intellettuale e collezionista impegnato negli scavi archeologici dell’area e la cui famiglia possedeva saline a Trapani, ottenne in enfiteusi il castello in cambio del suo restauro e della creazione di un giardino pubblico, che unì ai boschi sottostanti, detti dei Runzi, dei rovi, da lui acquistati da oltre venti proprietari diversi e ai tempi attraversati dai fedeli in pellegrinaggio alla chiesa medioevale di Santa Maria Maddalena. L’intervento s’ispirò alle vedute disegnate da Matteo Gebbia e contenute in Erice antica e moderna, sacra e profana di Vito Carvini (1682). Il giardino fu plasmato nei pendii tra paese e Castello, definendo terrazze e scalinate e naturalizzando con gusto romantico specie locali ed esotiche: a lecci, cipressi, pini, tassi, noci, sambuchi, edere, ciclamini o pervinche furono accostati cedri del Libano e dell’Atlante, palme delle Canarie e di San Pietro, trachicarpi, Chamaecyparis, yucche o pitosfori. Siepi topiate in bosso cingono gli alberi disegnando perimetri irregolari, mentre alcuni parterres formali si raccolgono intorno alla Fontana dell’Occhio e a quella di Venere: la prima riflette il pianeta Venere sul far della sera, la seconda ne prende commiato al sorgere del sole. Su un picco a strapiombo venne costruita la Torretta Pepoli, luogo di studio e cenacolo di intellettuali in stile eclettico, con accenni medioevali e moreschi; da lì una successione di sentieri, strette scale e fontane attraversa il bosco dei Runzi, ricostituito attraverso massicce piantagioni e oggi ricco di biancospini, ginestre, roverelle, mandorli, ornielli e esemplari secolari di ciliegi canini (Prunus mahaleb).

 

 

Questo giardino è stato oggetto di un intervento di restauro e valorizzazione grazie ai fondi del PNRR

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