Tra le ampie colline che seguono il corso del fiume Potenza, in un paesaggio in equilibrio tra campi e borghi medioevali, è una tra le più interessanti ville di campagna del Maceratese. Alle composte architetture neoclassiche, opera del Valadier, s’accompagna un giardino che lo stesso architetto impostò nelle sue scenografiche prospettive. La memoria delle ricercatezze botaniche qui coltivate dal conte Lavinio de’ Medici Spada, che vi si ritirò a vivere sempre più isolato dal mondo tra le sue numerose collezioni, hanno guidato il recente restauro del giardino, attento alle testimonianze storiche ma anche alle nuove sfide climatiche.

Una chiesa dedicata a San Savino dominava l’altura già nel Medioevo, inglobata a metà Cinquecento in un convento di frati cappuccini che restò abitato fino a quando Napoleone non dispose la soppressione dell’ordine. Fu il gonfaloniere Luigi Angelini ad acquistare convento, orti e boschi e a incaricare nel 1815 il celebre architetto romano Giuseppe Valadier, che si trovava a Treia per il progetto dell’Accademia Georgica, di trasformare l’edificio in un casino di campagna. Valadier vi sovrappose un monumentale prospetto ornato di portico e loggia e movimentò il terreno in modo da ottenere il più scenografico degli effetti: una scalinata risaliva alla villa accentuando la profondità prospettica, mentre sui fianchi vaste terrazze conducevano ad un roseto che culminava in un’esedra. A Valadier si deve anche l’imponente sistemazione del parco: i frutteti e le aiuole dei semplici lasciarono il posto ad un disegno simmetrico, che aveva il proprio fulcro nel piazzale antistante la villa, con la sua vasca ellittica, e si articolava in un doppio sistema di rondò e viali a tridente. Lo scuro dei lecci s’alternava ad affacci aperti sulla vallata, raggiungendo a meridione un tempietto neogotico, poi uno neoegizio e svariati belvederi e a settentrione i grandiosi propilei d’ingresso. Dal 1835 la proprietà passò al conte Lavinio de’ Medici Spada, che in trent’anni maturò un’intensissima appartenenza al luogo, simbolicamente separato dall’esterno attraverso mura e chiamato La Quiete. Segretario della Società Romana di Orticoltura e appassionato di botanica al punto da ottenere lui stesso nuove varietà (come la Camellia ‘Donna Ersilia Caetani’), ambientò nel giardino quasi 10.000 specie differenti e molte collezioni rare, come quelle di camelie (probabilmente in vaso, considerato il terreno argilloso del posto), rose, dalie, azalee o crisantemi. E’ stato proprio un elenco redatto dal suo giardiniere Raffaele Amicucci a metà Ottocento il punto di partenza del sapiente restauro botanico intrapreso dal Comune a partire dal 2022, dopo il lungo degrado iniziato con la morte del conte e la vendita, la trasformazione in campo d’internamento durante la Seconda Guerra Mondiale (per donne di “dubbia condotta morale e politica”, poi per civili originari delle colonie) e infine in asilo. Avvolto da antichi boschi arricchiti di corbezzoli, lentischi e altre specie autoctone il giardino ha ritrovato la sua storica botanicità, sia pur aggiornata e semplificata secondo le esigenze dei tempi: collezioni di garofanini sulle terrazze, di dalie e agapanti sul fronte della villa e di bulbose nei pressi del tempietto neoegizio, ma soprattutto il ripristino del roseto e di un articolato orto-pomario.

 

Questo giardino è stato oggetto di un intervento di restauro e valorizzazione grazie ai fondi del PNRR

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