Sulle balze scoscese del Monte Argentario, affacciato sul mare di Porto Ercole, il giardino d’acclimatazione della Casa Bianca è stato uno dei luoghi di ricerca botanica più significativi nell’Italia postunitaria: coevo dei celebri Giardini Hanbury nella riviera ligure, accolse migliaia di specie esotiche sperimentate per il valore ornamentale e il possibile impiego produttivo. Quel che resta del visionario progetto di Vincenzo Ricasoli è oggi custodito dall’Orto Botanico Corsini: il recente restauro ha indagato le trasformazioni in atto nell’ambiente mediterraneo e causate dal cambiamento climatico.
Appassionato di piante fin dall’infanzia ed educato dal Direttore del Giardino dei Semplici di Firenze, Antonio Targioni Tozzetti, Vincenzo Ricasoli intraprese da giovanissimo tre anni di viaggio visitando le più illuminate esperienze agricole e botaniche d’Europa. Al ritorno non solo ammodernò la gestione della proprietà di famiglia nel Chianti, ma avviò coltivazioni all’avanguardia in Maremma, importando nuovi macchinari dall’Inghilterra: fu però costretto ad abbandonare il progetto a causa dell’ostruzionismo della manodopera locale. Intrapresa la carriera militare diventò Generale e partecipò con il fratello Bettino alle animate vicende dell’unificazione italiana, ma dopo la terza guerra d’indipendenza decise di ritirarsi a vita privata nella tenuta della Casa Bianca a Porto Ercole, circa sette ettari coltivati a vigna, olivo e sommacco. A partire dal 1868 e grazie al lavoro dei detenuti della colonia penale (lavoro retribuito secondo un accordo con il Ministero di Grazia e Giustizia e che permetteva di sopperire alla mancanza di contadini locali) fu messo a dimora il giardino botanico: le ripide scarpate vennero terrazzate, creati i camminamenti in pietra calcarea, scassato il terreno in profondità e arricchito con sabbia, terriccio di bosco e alghe marine decomposte e dissalate, protetti i nuovi impianti dai forti venti attraverso cortine di cipressi e irrigati durante l’estate con barili d’acqua trasportati per mezzo di barroccio. Nel suo massimo splendore il giardino ospitò oltre milleseicento specie, in gran parte australiane, indiane, messicane e del Capo di Buona Speranza: la loro sopravvivenza a Porto Ercole, nonostante l’origine tropicale o subtropicale, dimostrava come corrette condizioni agronomiche potessero influire sulla capacità di adattamento delle piante in contesti climatici decisamente più freddi rispetto a quelli di provenienza. Degne di nota erano soprattutto le collezioni di palme, acacie, melaleuche, callistemon ed eucalipti (studiati per le bonifiche e le fibre vegetali e testati in oltre cento differenti specie e varietà) e le fioriture dei numerosi brachychiton e della Podranea ricasoliana, il cui nome omaggia il fondatore del giardino. Tutte le piante erano nomenclate e molte cresciute direttamente da seme perché si dimostrassero più resistenti agli inverni locali. Con la morte di Vincenzo Ricasoli nel 1891, la terribile gelata del 1901, la vendita alla famiglia Corsini di Laiatico e i bombardamenti durante la II Guerra Mondiali (che distrussero anche l’antica casa padronale) le collezioni andarono progressivamente impoverendosi, finché nel 1989 Cino Corsini di Laiatico incaricò il curatore dei Kew Gardens di Londra, John Simmons, del recupero del giardino, portato avanti insieme ai botanici delle Università di Firenze e Pisa. Il figlio Alessandro ha potuto recentemente procedere a un sistematico restauro, salvaguardando e nomenclando le circa 130 specie sopravvissute ed introducendone di nuove.
Questo giardino è stato oggetto di un intervento di restauro e valorizzazione grazie ai fondi del PNRR