Fondato nel 1773 l’Hortus Botanicus Ticinensis è il più antico della Lombardia, nato con la riforma dell’Università di Pavia voluta dalla sovrana Maria Teresa d’Asburgo: grazie ai suoi illustri Direttori acquisì un tale prestigio scientifico da dialogare con i principali orti botanici d’Europa, come quello di Padova o Vienna. Trasformato e arricchito nel corso dei secoli ma ancora fedele all’impianto originale, è diventato un riferimento anche oltre l’ambito accademico: ogni maggio la fioritura del suo celebre roseto è occasione di una rassegna botanica aperta al pubblico.

Un giardino dei semplici esisteva a Pavia probabilmente fin dal XVI secolo e il monaco vallombrosano Fulgenzio Vitman, titolare della prima cattedra di Botanica presso l’ateneo pavese nel 1763, utilizzava per le sue lezioni sia campioni d’erbario sia piante vive appositamente coltivate. Fu lui a sensibilizzare le autorità sull’importanza di istituire un vero orto botanico, che tra il 1773 e il 1775 venne creato negli spazi della chiesa e del monastero di Sant’Epifanio grazie all’intermediazione del Governatore della Lombardia austriaca Carlo di Firmian e secondo le indicazioni e con le piante fornite da Giovanni Marsili, a capo dell’Orto Botanico di Padova. Sotto la direzione di Giovanni Scopoli (1777- 1788) si definì l’assetto che ancora oggi conosciamo e che è ritratto in un’incisione contenuta nella sua opera Deliciae florae et faunae insubricae: risalgono a quell’epoca le grandi serre disegnate da Giuseppe Piermarini (cd. serre scopoliane, originariamente in legno e poi rifatte in muratura da Luigi Canonica e che oggi ospitano collezioni di Cycadales e succulenti, compresa la rara Welwitschia mirabilis) e il platano che cresce nell’arboreto e che si racconta sia stato messo a dimora nel 1778 per commemorare la morte di Linneo. L’eccellenza raggiunta da Scopoli perdurò con il successore Domenico Nocca, che fece costruire i “pulvilli”, le aiuole riparabili con vetri sul fronte delle serre e nelle quali attualmente cresce una collezione di piante officinali, e che accolse la visita dell’Imperatore Francesco I d’Austria. Le acquisizioni di nuove specie continuarono per tutto l’Ottocento, a fine secolo furono aggiunte serre riscaldate per le flore tropicali (in seguito rimosse) e durante il fascismo vennero introdotte piante provenienti dalle colonie africane, finché nel secondo dopoguerra l’Orto, profondamente danneggiato, andò incontro a necessarie trasformazioni. Il Direttore Raffaele Ciferri recuperò il giardino a parterres sul fronte meridionale dell’edificio, trasformato in quel periodo in facciata monumentale con l’aggiunta dello scalone, e vi impiantò il suggestivo roseto che oggi accoglie oltre trecento esemplari di rose botaniche, antiche e moderne. Le aree piantate ad alberi furono ampliate, accostando alle esotiche di un tempo specie autoctone dell’Italia settentrionale: i due suggestivi arboreti, dedicati rispettivamente alle angiosperme e alle gimnosperme, s’estendono dal roseto fino alle serre, che oltre a quelle storiche comprendono la serra cd. Briosi, d’inizio Novecento e destinata originariamente alle felci, la serra delle orchidee e quella cd. Tomaselli per le specie tropicali (soprattutto araceae, euphorbiaceae, liliaceae, marantaceae e arecaceae), entrambe risalenti agli anni Settanta del secolo scorso. Oltre si apre l’antico arboreto con le sue collinette ottocentesche, il famoso platano e la Vasca delle Rane, al cui centro cresce un esemplare di Taxodium distichum.

 

 

 Questo giardino è stato oggetto di un intervento di restauro e valorizzazione grazie ai fondi del PNRR

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