Tra le colline tufacee del Lazio il Castello di Mandela rivela la sua storia antichissima, fatta di rovine romane trasformate in fortezza nel Medioevo e poi in dimora signorile. Un luogo archetipico visitato da personaggi del calibro di Goethe, Byron o Corot, che custodisce un giardino pensile all’italiana e un parco ottocentesco perfettamente inserito nella campagna circostante

La visita al giardino inizia ancor prima di arrivarci attraversando le valli dei fiumi Aniene e Licenza, idilli bucolici resi celebri dai pittori paesaggisti del XVIII secolo che qui si recavano sulla via del Grand Tour. Già il poeta latino Orazio, che per primo identificò il luogo come Pagus Mandela, possedeva una villa ai piedi della rocca, sulla quale sorgeva un presidio a controllo dei traffici con il Sannio. Nel Medioevo la Chiesa affidò il territorio alla vicina Abbazia di San Cosimato e nel 1197 in feudo agli Orsini, che vi edificarono una fortezza. Queste campagne preludono alla visita non solo perché il Castello le domina, nelle forme ingentilite volute dalla famiglia portoghese dei Nunẽz Sanchez che lo possedette dal 1706, ma perché impercettibilmente diventano giardino man mano che ci si avvicina. Dapprima sono i boschi e i prati a farsi più curati, frammisti a uliveti di antica tradizione. Poi, cinta da mura, inizia la “Riserva”, il parco piantato nell’Ottocento dai Marchesi del Gallo, Alessandro e la moglie Julie Bonaparte: lecci, olmi, ippocastani e cipressi avvolgono i resti di un acquedotto romano e una torre-colombaia. La loro fu un’esperienza giardiniera antesignana, perché il gusto romantico non si tradusse in un’artificiosa manipolazione del paesaggio, ma in un apprezzamento delle atmosfere naturali esistenti, sapientemente integrate e basate su criteri di moderato fabbisogno idrico. Sulla cima della collina la roccaforte racchiude un giardino formale creato dai Nunẽz Sanchez sul modello andaluso, con rose, melograni e vasche d’acqua alimentate da imponenti cisterne. Oggi, a ricordo di quel periodo, restano i melograni affacciati dagli spalti; per il resto lo spazio inerbito è scandito da aiuole di bosso, grandi alberi, orci e vasi d’oleandri. Questo giardino trapezoidale, che costituisce un eccezionale belvedere sulle valli circostanti, converge verso la corte del Castello, con facciate ricoperte di glicine e vite vergine e due leoni in pietra a presidiare l’ingresso.

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