Riaperti al pubblico dopo molto tempo i giardini della Palazzina di Caccia di Stupinigi conservano intatta l’impostazione pensata nel Settecento da Filippo Juvarra: una grandiosa scenografia costruita sulla geometria del cerchio e dei viali radiali che l’attraversano prolungandosi nel paesaggio. Il simbolo perfetto del dominio assoluto del Sovrano sul territorio. Vasti parterres a prato e assolate distese di ghiaia si contrappongono alle fitte chiome figlie degli originari bosquets e delle specie esotiche aggiunte nell’Ottocento.
Sui terreni che fin dal XVI secolo erano proprietà dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazaro (di cui il duca di Savoia era Gran Maestro) il primo Re di Sardegna Vittorio Amedeo II nel 1729, poco prima di abdicare in favore del figlio Carlo Emanuele III, fece edificare un padiglione per la caccia e il loisir della Corte su progetto del Primo Architetto Regio Filippo Juvarra. L’eccezionalità dell’edificio, ispirato a modelli asburgici, si riverberava sull’insolito giardino dalle forme circolari (376 metri di diametro) e dal cui centro s’innervava un’étoile di viali che lo suddividevano e, nei punti cardinali, continuavano oltre il muro di cinta innestandosi sulle rotte della caccia regia. Una sistemazione paesaggistica di gusto barocco adeguata al nuovo rango della dinastia e degna delle grandi Corti europee, comprensiva anche del viale alberato (fiancheggiato dal complesso delle cascine) che dalla Porta Nuova di Torino giungeva all’emiciclo antistante la Palazzina. Quest’asse prospettico fondamentale continuava attraverso le vetrate del salone ellittico centrale e i giardini fino a disperdersi nella campagna. Quando Juvarra si trasferì a Madrid il perimetro a “buco di serratura” dei giardini e la loro struttura radiale erano definito, ma fu il Primo Giardiniere Michel Benard a disegnarli e piantarli secondo il gusto alla francese a partire dal 1740, quando il nuovo Architetto Regio Benedetto Alfieri stava già provvedendo all’ampliamento dell’edificio. Gli otto comparti che formavano il grande rondò alternavano piéces de gazon a boschetti di olmi, carpini e querce, mentre davanti alla Palazzina le vedute dipinte da Ignazio Sclopis testimoniano di parterres a prato con piattebande e palmette in “negro e rosso”. Elaborati “appartamenti verdi”, composti da carpini e olmi condotti su strutture che ricreavano arcate, finestre e cupole, crescevano ai lati e i viali del rondò si concludevano con preziosi cabinets di verzura. Un doppio filare di pioppi cipressini (ripiantati nel 2010) sottolineava il perimetro dei giardini. Il carattere peculiare del luogo lo preservò da trasformazioni radicali nell’Ottocento: furono inseriti in modo puntuale alcuni scenari pittoreschi ad opera di Marcellino e Giuseppe Roda ed Ernesto Melano (un laghetto con isola e romitaggio, un labirinto, un casino cinese), introdotte specie arboree esotiche e semplificati i parterre (con piramidi di tasso a bordare i contorni). Agli impoverimenti e inselvatichimenti conseguenti alla perdita dello status di residenza reale e alla discontinua manutenzione ha risposto il restauro dei giardini completato nel 2026, che ha riproposto l’aspetto ottocentesco dei parterres, piantato i carpini neri (ritenuti più resistenti degli originali carpini bianchi) che in un futuro torneranno a formare gli “appartamenti verdi” e ripulito e messo in sicurezza il bosco che oggi domina il rondò.
Questo giardino è stato oggetto di un intervento di restauro e valorizzazione grazie ai fondi del PNRR
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