Le architetture fortificate di Castel Thun dominano i prati, i boschi e i meleti della Valle di Non e custodiscono sin dal XIII secolo la memoria di una delle più antiche dinastie feudali trentine, testimone del potere dei Principi Vescovi e poi del dominio asburgico e che abitò ininterrottamente queste sale fino al 1982. Alle severe atmosfere militari fa da controcanto la sobria ricercatezza degli interni e dei giardini ambientati tra le mura, le torri e i bastioni del suo complesso sistema difensivo. Un orto recentemente ricreato e ricco di proposte botaniche dialoga con le memorie di famiglia e il paesaggio circostante.

L’antico castrum detto Belvesino, sulle colline che sovrastano quello che oggi è il paese di Vigo di Ton, fu concesso in feudo nel 1267 a Varimberto di Tono, i cui discendenti saranno signori delle valli del Noce per secoli e tedeschizzeranno il proprio cognome in Thun Hohenstein. Le torri gotiche d’epoca medioevale vennero inglobate in ricostruzioni quattro-cinquecentesche conseguenti a devastanti incendi e a metà del XVI secolo Sigismondo Thun, rappresentante imperiale al Concilio di Trento, fece erigere all’interno delle mura esistenti un’ulteriore cinta ingegneristicamente avanzata, dotata di quattro torri angolari (una ospiterà poi la preziosa Biblioteca) e di una successione di rampe, fossati, porte e corti. Intorno al Palazzo si vennero a creare due livelli concentrici di spazi pianeggianti destinati alla difesa e, nel prato chiamato tradizionalmente campo dei tornei e con una fontana ottagonale al centro, all’acquartieramento e addestramento delle truppe. Con l’accentuarsi del carattere di dimora signorile questi spazi cominciarono ad ospitare giardini e orti, ma fu Matteo Thun a metà Ottocento (prima del collasso economico aggravato dal suo ingente sostegno ai garibaldini durante la Terza Guerra d’Indipendenza e del conseguente esilio) a creare il giardino formale entro il giro alto delle mura, con parterres di bossi che oggi racchiudono un roseto, e a destinare a coltivazioni agricole il campo dei tornei, attualmente a prato. Sul versante nord piantò il piccolo parco paesaggistico che affianca l’accesso alla Porta Spagnola e tentò invano di risollevare le sue finanze costruendo qui una filanda per la seta poi demolita. Gli eredi furono costretti a vendere al ramo boemo della famiglia nel 1926 e nel 1992 il Castello passò alla Provincia Autonoma di Trento, ma solo recentemente gli orti esistenti a levante sono stati ricostituiti nel loro probabile aspetto ottocentesco grazie ad un lavoro d’archivio che ha riguardato anche i ricettari di famiglia. L’Orto di Vaneggia rossa (nome storico dal termine locale per indicare l’appezzamento coltivato, “rossa” per la colorazione della roccia visibile ai piedi delle mura) costituisce la parte più intensamente giardiniera (oltre 120 specie botaniche) ed è suddiviso in prode che utilizzano l’unità di misura della pertica viennese: da quelle dedicate alle rose e ai fiori per l’ornamento degli altari del Castello a quelle che accolgono ortaggi, frutti di bosco, aromatiche o i grani anticamente coltivati nelle terre dei Thun. Meli a spalliera, una pergola d’uva in ricordo di un paesaggio votato fino a metà XIX secolo alla vite ben più che al melo, qualche gelso e una serra completano l’orto, ma il restauro ha riguardato anche l’antica ghiacciaia, la fontana cd. delle carpe e il bosco autoctono che cinge il Castello.

 

 

Questo giardino è stato oggetto di un intervento di restauro e valorizzazione grazie ai fondi del PNRR

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